Ultramaratone su strada in Italia: dalle origini ai nostri giorni (1)

Di ALBERTO ,

fidippide
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Iniziamo oggi, in collaborazione con gli amici di IUTA, un breve percorso nelle origini e nella diffusione della ultramaratona in Italia e nel mondo. 

In occasione del 1° convegno IUTA 2008 (sul tema "Strategie di alimentazione integrata nell'ultramaratona") che si è svolto a Castelbolognese alla vigilia della 50 km di Romagna, Stefano Scevaroli - coordinatore tecnico Fidal per le ultramaratone - ha presentato un'interessante relazione di taglio storico, fornendo un stimolante traccia della loro evoluzione a partire dai primi vagiti del podismo alla fine del XIX secolo come espressione particolare dell'attività "ginnica". Il dato più interessante emergente dalla relazione di Scevaroli è che le ultramaratone su strada e(e su pista) hanno di molto preceduto la nascita della maratona moderna così come noi la conosciamo.
Accanto alle corse brevi (3000, 10.000 metri, ma in generale distanze non normate, non rispondenti cioè alle attuali categorie), negli ultimi decenni dell’Ottocento, si affermò rapidamente il podismo sulle lunghissime distanze, intrinsecamente collegato alla concezione della "sfida": come ad esempio, quella di percorrere nel più breve tempo possibile la distanza tra due città (tra Milano e Torino) oppure quella di stabilire se nel tempo di 24 ore avrebbe corso di più un corridore a piedi o un cavallo montato sempre dallo stesso cavaliere (si veda la famosa disfida lanciata da Achille Bargossi).
In effetti, l’approccio illuminante che ci fornisce la relazione di Stefano Scevaroli è pienamente in linea con il recupero delle più profonde radici storiche della corsa rinvenibili in epoche in cui l'uomo era abituato a percorrere lunghissime distanze a piedi per questioni inerenti la sua esistenza (spostamenti, migrazioni: non semplicemente per diletto, dunque), oppure per motivi legati alla sopravvivenza (la caccia, la ricerca di fonti di approvvigionamento) o militari o, ancora, connessi con quella che oggi si direbbe la "logistica" delle comunicazioni.
Fidippide il mitico e celebrato "primo maratoneta della storia, altro non era che un "emerodromo", cioè un soldato addestrato a correre per 24 ore di seguito (era, dunque, un ultramaratoneta) la cui funzione era quella di far pervenire missive e messaggi coprendo a piedi lunghisime distanze tra città alleate. Gli esempi di questo tipo si potrebbero moltiplicare: per dirne uno, gli Incas, grandi costruttori di strade come i Romani, non conoscendo né il cavallo né la ruota, fondavano le loro comunicazioni sul trasporto a piedi. Raccontano le leggende, ma lo confermano anche alcune testimonianze tramandate dagli storici dei primi conquistadores che, con un sistema di staffette addestrate a correre di seguito per alcune decine di chilometri, alla tavola dell'imperatore degli Incas, arroccato nel suo palazzo di Cuzco e, più tardi, in quello di Machu Piccu, non mancava mai - grazie a questo sistema di trasporto - il pesce fresco: un archeologo (von Hagen) s’è preso la briga di fare un esperimento e, con sua grande sorpresa, ha potuto verificare che tutto ciò era perfettamente realizzabile.
Si può dire che il "fenomeno" maratora sia nato agli albori dell'età moderna attraverso la riesumazione strumentale d’una versione particolare del mito di Fidippide, a cui De Coubertin si legò particolarmente perchè gli consentì di riversare nella maratona i suoi ideali di pacifismo e di fratellanza universali.
Fu soltanto un caso a far sì che le Olimpiadi moderne uscissero dalla loro condizione di manifestazione di "nicchia" e assurgessero all'importanza che continuano ad avere oggi, come occasione di confronto pacifico tra le nazioni sul terreno della competizione tra sportivi "dilettanti". Il punto di svolta fu il 1908 con le Olimpiadi di Londra, quando grazie ad un personaggio entrato di prepotenza nel mito (il nostro Dorando Pietri), la maratona (la cui distanza - tra l'altro - proprio in questa circostanza venne ritoccata dai circa 40 km che separavano Atene da maratona ai 42km195m odierni) assunse al ruolo di "signora" della corsa lunga, entrando con prepotenza nell'immaginario collettivo e sancendo così, per lunghi anni, il tramonto delle corse sulle lunghissime distanze che, pur essendo ben più antiche quanto a pratiche, non erano state ancora "normate".
La relazione di Stefano Scevaroli riassegna alla corsa sulle lunghissime distanze il ruolo storico che le spetta. Proprio in questi ultimi decenni in cui, grazie all'impegno appassionato di alcuni s’è registrata la crescita delle ultramaratone e, soprattutto, dell'apparato di norme che le regolano e rendono tutti i record e le migliori prestazioni realizzati registrabili, comparabili e soprattutto oggetto di aggiornamento statistico (grazie alla IAU - International Association of Ultrarunners, cui la IUTA si uniforma), è quanto mai necessario uno sforzo che serva a ricordarci che le ultramaratone non sono delle competizioni per eccentrici e pazzerelloni, ma autentiche sfide “tecniche” che pongono problemi di addestramento e preparazioni che, se per alcuni versi sono simili a quelli posti dalla maratona, per altri sono divergenti. E' giunto il momento che uno storico dello sport tenti di scrivere un libro sulla storia delle ultramaratone in Italia: intanto, la relazione di Stefano Scevaroli è un prezioso contributo in tal senso.(Maurizio Crispi)



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