Ultra Trail Mont Blanc - Il racconto

Di GIANCARLO COSTA ,

Paolo "Chersogno" Rovera
Paolo "Chersogno" Rovera

L'alone mitico che circonda l'Ultra Trail Mont Blanc viene raccontato da "Chersogno" (Paolo Rovera), che oltre ad aver fatto una grande prova atletica, si dimostra un grande scrittore, esprimendo ciò che vuol dire per un essere umano confrontarsi con la natura, con gli altri e con se stesso, nella più antica delle attività, correre e camminare per spostarsi da un luogo all'altro. Un viaggio anche interiore sul perchè un uomo si voglia misurare con una prova di questo tipo, i retroscena, le emozioni, il sudore, la polvere, la fatica, le lacrime.  

Il mio UTMB 2008

di Paolo "Chersogno" Rovera

Il Tour du Mont Blanc è un itinerario turistico permanente che viene effettuato a piedi o in mountain bike in più tappe (generalmente 6 o 7 se a piedi) pernottando nei vari rifugi o centri di accoglienza che si trovano lungo il cammino.

Qualche tempo fa a qualcuno è venuto in mente di organizzare una gara di corsa sull’intero tragitto, da compiere nel tempo massimo di 46 ore. E così da sei anni a questa parte migliaia di appassionati ultramaratoneti provenienti da tutto il mondo si catapultano a Chamonix attratti dall’idea di partecipare a quello che viene definito il campionato mondiale dell’ultramaratona in montagna.

A dire il vero era già stata organizzata un’edizione negli anni ’80, ma essendo morto in quell’occasione un concorrente si era deciso di lasciar perdere.

I numeri parlano chiaro: Ultra Trail Mont Blanc 166 km, 9400 metri di dislivello, tempo massimo 46 ore.

Ma di che pasta sia questa gara te ne rendi già conto al momento dell’iscrizione. Per iscriversi all’UTMB infatti bisogna essere bravi e fortunati.

Bravi perché ci si deve qualificare portando a termine una o più gare (a seconda del punteggio che attribuiscono) facenti parti di un elenco ben preciso fornito dagli organizzatori di competizioni “folli” sparse per il mondo. Sono prevalentemente trails da oltre 100 km con almeno 4000 mt di dislivello oppure gare a tappe durissime in condizioni estreme (per me ad esempio era valsa la Marathon des sables del 2006).

Fortunati perché, pur avendo i requisiti di qualificazione, bisogna sperare nel sorteggio oppure sperare di riuscire a connettersi sul sito internet della manifestazione nell’unico giorno di gennaio in cui si aprono (e chiudono immediatamente dopo pochissimi minuti) le iscrizioni. La gara è a numero chiuso per cui 2500 persone partiranno e circa altre 8000 (ottomila, sì, altri ottomila pazzi nel mondo che vorrebbero massacrarsi) vedranno accantonare la loro richiesta. Io sono stato sorteggiato. Bene, ho pensato, vuol proprio dire che la devo fare.

Con la neve e la temperatura sotto zero l’estate sembra lontanissima e non è il caso di preoccuparsi, ma sette mesi volano senza che me ne accorga e mi ritrovo così venerdì 29 agosto alla partenza dell’ UTMB 2008.

Sono con Giulio e Silvio, con i quali ho fatto il viaggio in macchina. Essi hanno già parecchie esperienze di ultratrail ed hanno le idee ben chiare sul da farsi.

Essendo alla mia prima esperienza in una gara del genere e secondo me neanche troppo allenato (è appena da aprile che corro in montagna ed al massimo l’ho fatto per cinque ore… ma qui non basterà un giorno intero!), il mio obiettivo non può che essere quello di arrivare nel tempo massimo per conquistare così il diritto eventualmente a reiscrivermi; se ne varrà la pena, proverò ad allenarmi e a preparare seriamente un’edizione futura, in caso contrario lascerò perdere, ma avrò comunque vissuto un’esperienza indimenticabile e in ogni caso arricchente (che alla fine è la cosa più importante). Sono assalito da dubbi di ogni tipo: mi sarò allenato abbastanza, avrò fatto i lunghi necessari, lo zaino reggerà (è vecchissimo)… ma il peggiore è sui bastoncini. Occhio e croce saremo il 5% a non averli. Tutti ne riconoscono l’utilità ma io ho sempre corso senza e non me la sento di mettermi a sperimentare proprio nel giorno più importante.

La paura di non farcela è tanta ma è anche il sale di questa manifestazione. Mi viene in mente una frase che lessi sulla bicicletta di un irlandese alla partenza della Parigi-Brest-Parigi del 2003: “Senza l’incertezza del fallimento non ci può essere il successo”. E qui l’incertezza è davvero enorme, basta pensare che statisticamente più della metà dei pur qualificati concorrenti non ce la farà.

Noto che tutti hanno una copia del percorso con vicino le tabelle dei tempi di passaggio ai vari controlli che si sono prefissati di rispettare. Io non ho fatto calcoli di alcun genere, l’unica strategia che ho è quella di cercare di arrivare al primo sentiero in salita (dopo circa 8 km) abbastanza avanti come posizione per non rimanere imbottigliato, poi andrò a sensazione. Peccato che circa 2500 persone abbiano avuto la mia stessa idea e mi sia toccato faticare molto più del previsto per riuscire nel mio intento.

Ma ormai manca poco e i dubbi è meglio farseli passare.

Alla partenza l’eccitazione è massima, gli organizzatori al microfono per circa un’ora incitano i partecipanti e dagli altoparlanti si diffonde il suono di una canzone solenne, da gladiatori. E’ la colonna sonora di “ The Conquest of Paradise” di Vangelis che mi rimarrà impressa e che mi risuonerà nella testa per l’intera durata della gara. Una particolare sensazione mi pervade: quella maledetta bestia che ti prende dentro, difficile da definire. In Francia la chiamano “adrénaline”: tensione, emozione, rabbia, ansia, un cavallo indomabile che ti percuote dentro, ma che, se riesci a disciplinare, ti porta dappertutto.

Si parte tra la folla festante e si corre. Fin troppo! Cerco di tallonare l’amico Silvio che sembra partito come sparato da una fionda. In breve raggiungerà il gruppetto di Olmo, mentre io rimarrò indietro di circa 200 mt. E’ interessante notare che dietro al pluricampione sessantenne Olmo si sia formato un folto drappello ma che nessuno osi superarlo (anche perché, se il vincitore delle due ultime edizioni sta correndo a quella velocità, come possono pensare coloro che di sicuro non potrebbero vincere la corsa di stare lì o addirittura superarlo?). Anche io, pur essendo più indietro, mi rendo conto di essere fin troppo avanti e di aver già speso parecchio, ma per fortuna inizia il sentiero e ora potrò andare a sensazione. E che sensazione! Tanto per gradire 7 km con 780 mt di dislivello in salita, prevalentemente su piste da sci. A sinistra ammiro sua maestà il Bianco e mi sento quasi mancare al pensiero di doverlo circumnavigare tutto. Ma non ho troppo tempo per distrarmi ad osservare il panorama… inizia la discesa, che invita a lasciarsi andare, ma in cui dovrò cercare prevalentemente di salvare le gambe. Rischio di cadere per ben due volte scivolando sull’erba, così decido di rallentare perdendo qualche posizione. Ma è meglio così, l’UTMB non si può vincere nella prima discesa, ma di sicuro la si può perdere (e per vittoria intendo il raggiungimento del proprio obiettivo personale). Arrivo al primo rifornimento, nel paesino di Saint-Gervais, dove bande musicali e due ali di folla assordante mi fanno venire i brividi. Di gare ne ho già fatte tante e di paesi in festa ne ho già visti, ma la pelle d’oca così non l’avevo mai avuta! Hanno persino montato una mega-passerella sopraelevata per permetterci di attraversare lo stradone. Tempo di riempire il camel bag d’acqua (che dopo più di due ore di corsa si era prosciugato) di farmi una sana bevuta di coca cola, di prelevare qua e là qualche “cibanza” dalla tavolata imbandita per veri gourmands, e riparto per 10 km di saliscendi (il cosiddetto mangia-bevi), tendenti però alla salita, che mi portano al paese di Les Contamines. Nel frattempo si è fatto buio pesto ed ho provveduto ad accendere la lampada frontale. Da qui partono 13 km di salita che ci porteranno al Col du Bonhomme (colle del buon uomo o del “bunòm”, come diciamo noi in piemontese, e mi rende bene l’idea). Ora più che correre cerco di camminare svelto. A circa metà salita raggiungo Silvio e questo mi dà morale, perché significa che sto andando bene. Decido di proseguire con lui, almeno facendoci compagnia la notte sembrerà meno lunga. Ad un tratto mi volto ed è uno spettacolo incredibile vedere la lunga fila indiana di lucine che ci seguono e che mi danno l’idea di come sia ripida la salita e di come si prosegua tutti piuttosto lentamente. Poco prima dello scollinamento Silvio mi chiede se abbia notato la stella cadente che lui ha visto, ma sono troppo impegnato a guardare dove metto i piedi e gli rispondo di no, però il desiderio lo esprimo lo stesso. Superati i 2479 mt della Croix du Bonhomme inizia una discesa tecnica, ripida e parecchio fastidiosa per i continui canali d’acqua che scendono dal ghiaccio. Silvio in discesa va più forte e decido di lasciarlo andare, anche perché il ginocchio destro inizia a far male (accidenti, penso, dopo appena 40 km di gara è troppo presto, lo sapevo che nelle ultime due settimane non avrei più dovuto correre in discesa…)

In qualche modo arrivo a Les Chapieux. Anche qui bella atmosfera, parecchia gente a tifare e pure uno stand della Petzl per l’eventuale cambio gratuito delle pile.

Intanto 50 km se ne sono andati e ormai da un pezzo sono entrato in quella condizione che ho sperimentato più volte nella corsa in montagna e che definisco della “fottuta speranza”. E’ quella particolare fase in cui nei brevi tratti che affronti di pianura speri che arrivi presto la salita per poter smettere di correre e iniziare a camminare, quando sei in salita speri che arrivi presto la discesa per poter rifiatare e quando finalmente sei in discesa le gambe fanno male e speri che finisca subito e ricominci il piano… e così via per tutta la durata della gara, non sai mai di cosa consolarti e l’unica cosa in cui sperare veramente è che finisca tutto prima o poi.

Comincia una salita di 10 km che porterà al Col de la Seigne (2516 mt) per entrare in territorio italiano. In salita vado bene e recupero parecchie posizioni. A dire il vero uno mi supera  corricchiando; l’esperienza della corsa mi ha insegnato ad ascoltare la respirazione mia, ma anche quella degli avversari e mi rendo subito conto che è troppo affannato per essere solamente al punto in cui siamo. Dopo una ventina di km lo ritroverò infatti chino in preda a conati di vomito. Molto probabilmente la sua gara sarà finita lì.

Non è che io stia benissimo e sento che la pancia non è a posto, ed infatti, appena scollinata la Seigne, ho un attacco di dissenteria che mi costringe a fermarmi in bagno. Per fortuna è buio e non devo sbattermi più di tanto per trovare un luogo “discreto” in cui accovacciarmi. Finora ho sempre sudato ed avuto caldo ma mi è bastata questa “sosta tecnica” per capire come mai i volontari ai servizi di ristoro indossino i piumini.

Dissenteria però vuol dire disidratazione e conseguente calo delle forze. Maledizione non ci voleva, dovrò cercare di mangiare un piatto di pasta caldo che mi rimetta a posto quando arriverò a Courmayeur. La cosa bella di queste avventure così lunghe è che si ha tutto il tempo per guarire di qualcosa e ammalarsi di qualcos’altro… Si può magari partire con un raffreddore e arrivare ad esempio con un’unghia incarnata oppure una caviglia gonfia, passando dal vomito oppure dalla dissenteria. Basta non farsi prendere dal panico..

Al termine di questa breve discesa ecco il rifornimento di Lac Combal. Qui raggiungo Silvio e mi accodo nuovamente a lui per affrontare una salitella che porta, con 500 mt di dislivello, all’Arète Mont Favre. Qui inizia una lunghissima discesa che dovrebbe portarci a Courmayeur. Dopo pochissimi minuti sono nuovamente costretto a lasciar andare Silvio, perché la pancia ha ripreso a brontolare. Saranno le due soste in bagno che dovrò effettuare o il fatto che siano già undici ore che si corre ma questa discesa sembra non finire più. Finalmente ecco l’asfalto di Courmayeur, bene, ne approfitto per distogliere lo sguardo che da troppo tempo è fisso al suolo per vedere dove si mettono i piedi ed osservo il cielo stellato. Tempo due secondi e non mi accorgo di un avallamento, inciampo e rotolo sull’asfalto sbucciandomi braccia e gambe. Mi rialzo prontamente e pur sanguinante mi sembra che non sia successo niente. Dopo tutta quella fatica è come se fossi anestetizzato e le normali botte non fanno più alcun effetto.

Entro nel palazzetto dello sport adibito a centro di accoglienza dei trailers concorrenti e finalmente mi posso concedere ben due piatti di pasta fumante, che desideravo tanto e… ripartire.

Sono le sei del mattino ed inizio la salita al rifugio Bertone: quattro km di duro sentiero che affronto in compagnia di uno spagnolo. Silvio nel frattempo ha preferito fermarsi più a lungo al rifornimento di Courmayeur. Dal Bertone parte un lungo traversone di 8 km di saliscendi che porta al rifugio Bonatti a 2020mt. So che queste ore della giornata sono a me favorevoli, il corpo si risveglia dal torpore notturno e mi sento pieno di energie ed in breve, dopo 4 km di discesa ben corribile, arrivo al ristoro di Arnuva. Nonostante il fastidio al ginocchio ho superato qualche concorrente in questo tratto.

Che non sia messo tanto male in classifica me ne rendo conto ai ristori. Ero abituato alle gare in bici dove quando arrivavo io rimanevano solo gli avanzi, qualche crosta di formaggio, a volte nemmeno l’acqua. Ora trovo tavolate imbandite di ogni ben di dio e mi sento quasi coccolato da tutte le attenzioni che mi vengono rivolte. “Un italien, un italien!” dicono gli assistenti rivolti a me. Vabbeh, penso, saremo 250 italiens… che avranno da stupirsi? Evidentemente in quel momento non ne erano ancora transitati tanti…

Breve sosta e poi via verso la Cima Coppi dell’UTMB ovvero il Grand Col Ferret a 2537 mt. Cinque chilometri di dura ascesa su sentiero erboso che ci portano in Svizzera. Da qui so che dovrò scendere per un bel po’ e non è una bella notizia perché il ginocchio destro fa sempre più male e come se non bastasse, dovendo utilizzare maggiormente la gamba sinistra, ho finito per affaticarne i muscoli tibiali con conseguente forte infiammazione nel punto in cui confluiscono nella caviglia. Ad ogni passo arriva una “puntura”, ma nonostante tutto riesco ancora a correre.

Purtroppo però ho fatto male i calcoli ed il prossimo ristoro si trova sei chilometri oltre il punto di controllo di La Peule che contrariamente a quanto credevo non dispone di rifornimenti. Sei chilometri, anche se di leggera discesa, diventano un’agonia se si è in piena crisi di fame. Oltretutto sono ormai le undici ed inizia a fare caldo. Comunque riesco a  raggiungere la seconda donna e quando finalmente arriviamo al sospirato rifornimento di La Fouly vedo che lei non deve quasi fermarsi perché è assistita dalla famiglia con tanto di marito che le ha preparato le giuste razioni di cibo e quasi la imbocca e la figlia le ha già riempito il camel bag. Invece io mi fermo perché devo assolutamente reintegrare e spegnere la spia della riserva. Quando riparto sono un po’ appesantito e pur essendo leggerissima discesa sono costretto a camminare per almeno tre o quattro minuti per permettere al sangue di confluire nello stomaco affinché inizi il lavoro di trasformazione del cibo in energia. Cominciano otto chilometri di falsopiano in cui mi stupisco di come riesca ancora a correre, seppur lentamente, dopo diciassette ore di gara. Quando corri per tante ore di seguito inevitabilmente ti trovi ad affrontare tutta una serie di difficoltà di tipo fisico e psicologico.

Correre è notoriamente faticoso. L'uomo comune considera già un bello sforzo correre per un’ora consecutivamente. Le stesse gare podistiche di un certo impegno normalmente non vanno mai oltre le due, tre o massimo quattro ore, a seconda che si tratti di mezza oppure di una maratona. Qualsiasi atleta allenato poi, alla fine di una gara avrebbe generalmente ben poca voglia di continuare a correre.

Come si fa quindi a correre non ore, ma per più di un giorno intero ? Ci si adatta. Con la mente e… con il corpo: le due entità sono in simbiosi. E' una questione di volontà, è essa che ti fa fare il salto. Certo il fisico sulle prime cerca di resistere e ribellarsi, ma poi si rassegna e asseconda la mente.

Nei pressi di Praz de Fort inizia un sentiero in salita immerso in una pineta. Sei chilometri per arrivare al mega ristoro di Champex-Lac. Pur essendo un punto di rifornimento strategico posto a 43 km dal traguardo e prima di tre salite “hors category” decido di fermarmi il meno possibile, altrimenti le gambe inizierebbero a fare troppo male. Inoltre un’ottima strategia di gara consiste nel fermarsi poco ai ristori. In competizioni così lunghe non conta tanto andare forte, conta andare sempre. Così la tattica ad ogni “revitaillement” è ben precisa: mi faccio riempire per ben tre volte di Coca-cola il bicchiere personale consegnatoci dall’organizzazione capiente 31 cl. Mentre bevo un bicchiere alla volta mi riempio la sacca dell’acqua di riserva che mi servirà per arrivare al ristoro successivo. Poi afferro tutto quanto mi passa alla mano da mangiare: caldo, freddo, dolce, salato poco importa. Mangiare perdendo il minor tempo possibile è una tecnica affinata come il correre stesso; così ingoio pezzi di pane, salame, formaggio, banane, fette di torta con la velocità di un kaimano. Serro le mascelle per un attimo, deglutisco e subito sono pronto per il nuovo boccone.. Poi ancora un bicchiere di Coca-cola che mi aiuterà a digerire il tutto (e sono quattro per un totale di almeno un litro che per quindici rifornimenti a cui mi sono fermato fanno….. ecco perché non ho avuto sonno, con tutta quella caffeina…) E riparto subito, camminando per un po’ di tempo, altrimenti rischierei di vomitare e non appena sento che lo stomaco si sistema  incremento il ritmo e riprendo a correre.

Adesso inizialmente la strada costeggia tutto il lago di Champex ed è bellissimo ricevere gli incitamenti e gli applausi che mi vengono rivolti dagli svizzeri appostati sulle proprie terrazze o nei dehors dei bar. Lasciato l’asfalto, c’è una strada sterrata in discesa che ci porta all’attacco di una salita che alla fine si rivelerà la più dura di tutte, quella che porta a Bovine. Saranno sì e no tre chilometri, ma con 700 mt di dislivello tra radici e rocce, che in alcuni punti mi costringono ad usare anche le mani modello arrampicata. E nel pieno di questa salita chi ti trovo? Nascosto in mezzo alla vegetazione un signore anzianotto con la tromba aspetta il passaggio di ogni concorrente e gli suona la carica. ‘Sti franco-svizzeri sono proprio matti! - penso tra me, dopo averlo salutato e ringraziato con un inchino. Ormai siamo tutti sgranati ed il suono della tromba che accoglie il concorrente dietro di me lo sentirò solo dopo parecchio tempo. Anche davanti non è che veda altri concorrenti e mi sento un po’ a bagnomaria nella solitudine. La pendenza è terrificante, lo sguardo è fisso a pochi centimetri da terra. La mente “mente”, quando si è così affaticati e ti trovi a non pensare più a nulla. Cerchi di trascinare il tuo corpo, un passo dopo l’altro, perché sai che non puoi fermarti.

Ma come tutte le cose terrene anche questo “muro” ha una fine, che si materializza con una lunga spianata in cui posso riprendere il fiato. Scollinata Bovine, devo affrontare sei km di discesa, durante i quali verrò raggiunto e superato da almeno otto concorrenti. La caviglia fa malissimo e non riesco più a correre come vorrei in discesa. Finalmente ecco il punto di controllo e ristoro di Trient. Da qui ci sarà un altro colle da fare, con salita e discesa, quasi fotocopia di quelle appena fatte. La salita al Col Catogne è un po’ meno dura ma ormai le energie rimaste sono quelle che sono e anche la discesa verso Vallorcine sarebbe più corribile se solo ad ogni passo non arrivassero le fitte di dolore a caviglia e ginocchio. Proprio quando arrivo a Vallorcine mi comunicano che Olmo si è ritirato. Mi cadono le braccia. Marco è un caro amico, oltre che un atleta fortissimo che mi ha aiutato molto nella precedente avventura, alla Marathon des Sables, quando ero atleticamente morto e lui, con un trattamento reiki, mi rigenerò. Per tutti noi italiani è un orgoglio e per me cuneese lo è ancora di più. Ad ogni punto di controllo chiedevo da quanto era passato Olmo ed ero felicissimo di sapere che mi stava “suonando” con una caterva di ore di vantaggio, perché speravo nella sua terza vittoria consecutiva, anche perché nella camminata-allenamento che avevamo fatto insieme ai primi di agosto mi aveva spiegato quanto ci tenesse e quanto avesse preparato minuziosamente questa gara.

Da Vallorcine parte l’ultima salita che inizialmente sarebbe pure corricchiabile (se non si fosse doloranti), ma che dopo tre km si trasforma in una parete verticale. Il sentiero va a zig-zag, ma la pendenza è davvero proibitiva.

Ormai quasi in cima alla salita, con la spia della riserva accesa già da un pezzo, ecco che mi  si para davanti a 5 metri uno stambecco, che mi osserva perplesso. Oddio, se questo mi carica mi rispedisce dritto a Vallorcine, penso tra me (evidentemente ero proprio alla frutta per pensare una cosa del genere). Ma lui discretamente si è defilato. Dovrebbe mancar poco alla cima ormai, si sta facendo buio e sento delle voci. Ma una mi sembra di conoscerla… ma sì! questa è la voce di Rossella! Sono gli amici della Dragonero! Mi avevano detto che sarebbero venuti a vedermi, ma ormai avevo perso ogni speranza. Sono commosso e vorrei abbracciarli ma ho talmente male che l’unica cosa che devo fare è cercare di arrivare il prima possibile per far cessare il dolore e quindi non mi perdo troppo in convenevoli (avrò modo all’arrivo di salutarli adeguatamente). Ora non si sale più, c’è un lungo traversone sulle pietre che mi costringe ad un’andatura non regolare con alternanza di passi corti e lunghi a seconda di come sono le pietre e questo aumenta le fitte di dolore che arrivano alla caviglia. E’ frustrante vedere che in questi tratti ,così come nelle discese, altri concorrenti mi superano, non perché ne abbiano di più, ma perché sono meno doloranti e anziché zoppicare riescono ad appoggiare i piedi in modo regolare.  Ma ora non sono più solo, “You’ll never walk alone” cantano i tifosi del Liverpool all’Anfield Road ed inizio a canticchiarmela anch’io. Anche se sono costretto a dir loro che potranno seguirmi solo da parecchia distanza, perché il regolamento vieta di farsi accompagnare da chiunque non iscritto alla gara. Arriva finalmente l’ultimo punto di controllo, un’ultima bevuta di Coca e poi via verso gli ultimi 6 km che mi separano dal traguardo. Sono 6 km di discesa che in condizioni normali mi farebbero ridere… venticinque-ventotto minuti al massimo, cosa vuoi che siano sei km di discesa? Ma in quelle condizioni diventano eterni. Oltretutto questa discesa è falsa perché vedo le luci di Chamonix in fondo, ma sembrano rimanere alla stessa altezza, non si scende mai! Percorro con rabbia questo sentiero, oltretutto pieno di radici sporgenti, ad ogni passo c’è il  rischio d’inciampare… e finalmente, dopo mezz’ora, si inizia a scendere veramente. Il sentiero man mano si allarga e diventa una strada sterrata e poi…. Sì!! è asfalto, ci siamo, manca solo un chilometro!! In questo chilometro metto tutto ciò che mi rimane, sono completamente “in trans” e le gambe girano da sole. Sento nella mia fantasia la voce della memorabile telecronaca di Galeazzi ai mondiali di canottaggio “non c’è più tempo per morire…” e nei cinque minuti che impiego a percorrere questo ultimo km riverso tutti gli allenamenti, la fatica, il sudore spesi per raggiungere questo traguardo.

Nonostante siano già quasi le undici e mezzo di sera Chamonix pullula di gente che mi incita dietro le transenne e mi chiede il cinque. In questo momento Chamonix sta urlando solo per me (anche perché quello davanti è arrivato 8 minuti prima e quello che ho dietro arriverà dopo 5 minuti) e non mi sembra vero. Si accendono le casse e parte la solita musica che sentivamo già alla partenza… Di gare ne ho fatte tante ed agli arrivi ai traguardi sono abituato, ma questo non ha eguali e sono sicuro che per tutta la vita, ogni volta che lo ricorderò, mi verranno i brividi. Appena varcata la finish line uno dei capi dell’organizzazione mi abbraccia e mi chiede “italien, c’est la première fois?” ed io gli rispondo “la première … e la dernière!!”. Ma poi vedendo la sua faccia delusa gli sorrido e lo abbraccio dicendo che scherzavo.

Poi l’abbraccio liberatorio con Fede, Rossy e Giorgia. Sento in quel momento di voler loro un gran bene e mi viene subito da dir loro: “NON FATELA MAI!! Questa non è una gara, è un massacro, in cui non vince il più forte, ma chi si rompe di meno. Non è una questione di fatica, tant’è che io mi sento ancora forte come un leone e avrei energie da vendere, ma di usura fisica.”

Infatti solo 1200 concorrenti riusciranno a tagliare il traguardo e scoprirò con molto dispiacere che anche Silvio e Giulio saranno stati costretti al ritiro. Certo per arrivare tra i primi bisogna avere ottime qualità fisiche e mentali, ma non basta, bisogna anche essere fortunati perché una semplice storta potrebbe compromettere tutto.

Questa è davvero una gara in cui l’unica cosa che sai è quando parti. Poi inizia un viaggio aleatorio, un’avventura in cui non saprai mai fino alla fine SE, QUANDO e COME arriverai.

Per la cronaca ho impiegato 28h57’27”  per percorrere i 166 km di gara e alla fine risulto essere sessantesimo assoluto e quarto degli italiani. So perfettamente che il buon piazzamento è dovuto al fatto che molti che mi avrebbero preceduto sono stati costretti al ritiro, ma non importa, per me, che puntavo ad arrivare nel tempo massimo, è come se avessi vinto. Oltretutto in  prove come questa la competizione non è contro gli altri ma contro se stessi. Come diceva Confucio “superare gli altri è avere la forza, superare se stessi è essere forti”.

Non so se mi sia superato, però sono molto soddisfatto. Ma come tutte le soddisfazioni, le gioie, ma anche le testardaggini, c’è un prezzo da pagare. Ho il ginocchio destro e la caviglia sinistra parecchio malandati e probabilmente per molto tempo non riuscirò più a correre e quindi a fare una delle cose che mi piacciono di più. E’ stato giusto ridursi così? Ne è valsa la pena? Ha avuto un senso mettere a repentaglio la propria incolumità fisica? E per cosa poi? Non ho salvato il mondo né aiutato qualcuno che aveva bisogno, ho solo e semplicemente fatto una gara… per quanto bella possa essere. Il dubbio rimarrà per molto.. o forse solo per il tempo che caviglia e ginocchio si sgonfino e possa riprendere. Poi forse la colpa non è tutta della gara. Forse la mia muscolatura non ha ancora avuto tempo ad adattarsi alla corsa in montagna, oppure non ero allenato abbastanza, o forse sono solo troppo pesante per questo tipo di gare con discese lunghe. Però se è vero che anche chi la vince impiega almeno venti giorni - un mese a riprendersi (almeno così mi diceva Olmo), qualcosa vorrà pur dire.

Di sicuro questa gara me la ricorderò per tutta la vita. Mi basta chiudere gli occhi per sentire gli applausi della gente, ovunque e a qualsiasi ora pronta a dirci BRAVO!, SUPER!, a suonar tamburi o campanacci di mucche. Il pubblico mi ha colpito anche di più rispetto alla pur blasonata Maratona di New York che feci nel 2004. Penso che i francesi, anche se spesso ci stanno un po’ antipatici, abbiano molto da insegnare in fatto di sportività a noi italiani malati fino all’esasperazione del “solo-calcio”.

Ancora adesso, dopo che sono trascorsi già alcuni giorni, ho negli occhi troppe immagini, troppe emozioni, troppi ricordi da mettere a fuoco.

Ci sono certe esperienze che lasciano il segno nelle persone. La Marathon des Sables mi aveva profondamente cambiato, segnando uno spartiacque tra il Paolo prima e dopo il deserto. Altrettanto penso di questa avventura. C’è un Paolo diverso dopo l’UTMB. Un Paolo più consapevole di sé stesso e delle sue potenzialità, ma forse anche un Paolo più maturo, che per la prima volta ha capito quanto sia importante conservare l’integrità fisica a discapito di qualunque altra cosa.

  • Giornalista pubblicista dal 2004. Direttore responsabile della testata Sport Communities per i siti outdoorpassion.it runningpassion.it snowpassion.it mtbpassion.it dal 2009 al 2015. Proprietario, responsabile editoriale e autore di outdoorpassion.it, runningpassion.it, snowpassion.it, bici.tv dal 2016. Collaboratore della rivista SNOWBOARDER MAGAZINE dal 1996 al 1999 per la realizzazione di articoli sul backcountry, cioè snowboard­alpinismo. Collaboratore della rivista ON BOARD nel 2000 per realizzazione di articoli sul backcountry Responsabile tecnico della rivista BACKCOUNTRY nel 2001. Responsabile tecnico della rivista MONTAGNARD dal 2002, Giornalista Pubblicista dal 2004 Autore, Responsabile Tecnico e Proprietario della rivista MONTAGNARD FREE PRESS dal 2004 al 2006. Collaboratore della rivista MADE FOR SPORT (DOGMA srl) nel 2006. Collaboratore della rivista ALP da 2007 al 2010. Collaboratore del sito www.snowboardplanet.it nel 2007. Facebook: Giancarlo Costa



Può interessarti